Il Bunraku

Quando ero bambino, e nel periodo estivo andavo al mare sulla splendida costa Cilentana, ricordo che durante la passeggiata serale, per prendere il gelato, ci imbattevamo spesso nel teatrino dei burattini; io e i miei fratelli ne andavamo matti e la piazza che ospitava quel piccolo palcoscenico coloratissimo riecheggiava delle fragorose risate di un esercito di bambini, affascinati dalle avventure di quel furbastro un po’ maldestro di Pulcinella, che ne combinava una dietro l’altra e che finiva sempre per rimediare un sacco di “legnate” (alle quali, del resto, sembrava insensibile!)..

Ma quella dei burattini è una tradizione che in molti Paesi nasce con intenti molto distanti dal puro divertimento rivolto ai bambini.

In Giappone, ad esempio, l’uso del burattino è molto antico, e diverse sono le interpretazioni sulle sue origini.

Il Bunraku o Ningyō jōruri è un tipo di teatro giapponese caratterizzato dalla combinazione di tre pratiche: la manipolazione dei burattini (Ningyō), la recitazione del testo e l’accompagnamento della recitazione con la musica prodotta da un liuto a tre corde chiamato shamisen. Queste tre componenti sono il risultato di una fusione avvenuta nel XVI secolo di due arti ben distinte: la narrazione dei testi epici (jōruri) accompagnati dalla musica dello shamisen, e la manipolazione dei burattini da parte di artisti itineranti. Con il Kabuki, il Teatro Nō e il Kyōgen, è una delle maggiori espressioni artistiche del Giappone nell’ambito delle arti performative.

Gli studiosi hanno ipotizzato che nell’epoca arcaica i burattini venissero usati con scopi religiosi durante le cerimonie sciamaniche, come mezzo per trasmettere preghiere agli dèi, oppure con funzione di cura delle malattie dei bambini. Dal X secolo si hanno testimonianze di una comunità nomade di origine continentale, i cui componenti, chiamati ”kugutsu”, erano dediti alla manipolazione di pupazzi. I kugutsu-mawashi erano molto simili agli zingari, girovagavano per le province e si accampavano vicino ai villaggi, dove mettevano in scena uno spettacolo piuttosto semplice con un solo burattino dall’aspetto primitivo, azionato su un “palcoscenico” composto da una scatola che essi portavano appesa al collo. Le loro donne erano conosciute per l’arte della divinazione, delle danze, degli intrattenimenti e per la prostituzione. Il fatto che i burattini fossero legati a un gruppo di persone considerate fuoricasta non è una novità: sono stati ritrovati recentemente dei burattini in quartieri dove attori e prostitute convivevano.

Dal periodo Heian (794-1185) in poi, la manipolazione dei burattini acquista anche un valore ludico e di intrattenimento. Intorno al XII secolo si ha notizia di gruppi di monaci ciechi che, suonando uno strumento a corda chiamato biwa, cantavano le gesta epiche della battaglia tra i clan Heike e Minamoto, le morti di eroi valorosi, i tumultuosi anni che segnano la fine di un’epoca e le storie buddhiste su templi e santuari. Tali rappresentazioni si diffondono fino al periodo Muromachi, quando l’introduzione di un nuovo strumento musicale a tre corde, lo shamisen, proveniente dalle isole Ryūkyū, permetterà di introdurre nei racconti nuove sonorità.

Da questo momento in poi, il recitatore e il suonatore sarebbero diventate due persone distinte, favorendo lo sviluppo di tecniche specifiche, e riservando alla musica non più solo il ruolo di accompagnare, ma anche quello di cadenzare la narrazione, indicando il suono della pioggia o guidando la recitazione del cantore per far risaltare l’atmosfera.

Più tardi, alla melodia e alla narrazione, sarebbero stati aggiunti i movimenti dei burattini, elementi costitutivi del Ningyō Jōruri. Secondo la tradizione, la prima commistione di queste tre pratiche avrebbe avuto luogo nelle rappresentazioni che si svolgevano intorno alle baracche costruite sul letto asciutto del fiume Kamo a Kyōto, dove si radunavano attori, cantori e marionettisti giravaghi, e il primo narratore a farne uso sarebbe stato Menukiya Chōzaburo, con la recitazione di un testo dal titolo Jūnidanzōshi (Volume in dodici sezioni), attribuito ad una dama di Corte dello shogun Ono-no-Otsu.

Il Bunraku fu riconosciuto definitivamente nel periodo Tokugawa(1603-1868) e venne rappresentato nelle platee di Edo, Ōsaka e Kyōto.

a cura di Roberto Pellegrini

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