Ronin

La vita del Samurai (guerrieri colti e ben addestrati, al servizio di signori locali), era tutt’altro che semplice. Essere Samurai, è vero, significava appartenere a una casta rispettata, temuta, tenuta in grande considerazione da tutti, ma comportava, allo stesso tempo, l’assunzione di alte responsabilità e rischi.

Uno dei quali poteva essere quello di rimanere senza “padrone”, o per la morte di quest’ultimo, o per altre regioni (ad esempio, per averne perso la fiducia).

Durante il periodo Tokugawa (altrimenti noto come periodo Edo), in Giappone, moltissimi Samurai si trovarono “a spasso”, in seguito alla soppressione di numerosi feudi.

Questi bellicosi “guerrieri erranti”, rimasti senza un signore da servire, venivano chiamati ronin (letteralmente: uomo alla deriva).

Il bushido (celeberrimo codice di condotta del samurai), prevedeva che per espiare la propria “colpa” e riacquistare l’onore perso con la morte del proprio padrone, si dovesse ricorrere alla pratica dello harakiri, che significa letteralmente “tagliare il ventre”, e rappresenta la parte culminante della pratica del suicidio rituale denominato seppuku, che avviene per sventramento mediante l’uso di una spada corta chiamata wakizashi. Il venir meno a questi princìpi causava il disonore del guerriero, che diventava, come dicevamo, un ronin, e cioè un samurai vagabondo senza onore e dignità.

I ronin avevano un duplice ruolo: da una parte erano mercenari disposti a lavorare per chiunque li pagasse, oppure unendosi in gruppi potevano spesso creare scompiglio nei villaggi, saccheggiandoli e/o “occupandoli”; dall’altra, pur continuando a far parte dell’elevata casta dei samurai, potevano mettersi al servizio del popolo, insegnando arti marziali e addestrando le masse alla guerra, facendosi assumere come guardie del corpo, per difendere il villaggio da aggressioni esterne (ricordo, a tal proposito, il film capolavoro di Akira Kurosawa: I Sette Samurai).

Va detto che se un Samurai uccideva un ronin, non doveva temere nessuna vendetta, poiché i ronin non erano legati a nessuno, e questo li rese una facile preda dei samurai più potenti, i quali nutrivano anche un certo disprezzo per questi scandalosi “colleghi”.

a cura di Roberto Pellegrini

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