La leggenda dello spirito delle violette

Introduco questa leggenda con la poesia “Pensiero” di Roberto Pellegrini, tratta dal libro “Nell’Abbraccio della Luna, quando l’Amore rende inutili i Sogni”.

Se l’amore ha radici profonde, che toccano l’anima, difficilmente si potrà sradicarle e separarle.

Come diceva Sant’Agostino: La misura dell’amore è amare senza misura”.

Pensiero

Non è il tuo sguardo
che avvolge il mio cuore,
impaurito dall’urlo del vento:
è la tua anima,
che illumina il giorno;
che accompagna la notte,
ignorando parole di pioggia,
perdute,
o ruvidi riflessi di pianto,
scivolati per caso
dalle mani callose del tempo…
Nella giovane danza di gioie
e dolori,
che la vita conduce, fuggendo,
seguiranno, i miei passi,
il tuo passo, e la nuova
melodia di un silenzio pudico
veglierà sulle nostre promesse,
come una vertigine…

Fra la montagna di Yoshino yama e quella di Tsubosaka si estende la valle di Shimizutani, dove la leggenda narra, si trovi il Pozzo delle Violette.

lospiritoviolette

In primavera, in questa bella valle, crescono bellissime viole selvatiche e si narra che tanto tempo fa una giovane fanciulla di nome Shingé, accompagnata da quattro cameriere, si avviò verso questo luogo in cerca di violette, i suoi fiori preferiti.

Le cinque compagne di viaggio, con i loro cestini di bambù, gareggiavano per riempirli componendo il cesto più bello. Ridendo e scherzando si diressero verso il Pozzo delle Violette.
Shingé correva inanzi a tutte ed arrivò per prima al pozzo e, vedendo un’enorme quantità di viole profumatissime, cominciò a raccoglierle prima delle altre fanciulle.
Ma…

…Non appena distese la mano per afferrarle, un grande serpente di montagna alzò la testa dal suo rifugio in ombra, spaventando Shingé che svenne sul prato.

Quando le altre ragazze giunsero al pozzo, videro il serpente intorno alla testa di Shingè e la pensarono morta. Cercarono in tutti i modi di rianimarla, ma senza successo.

Ad un tratto udirono la voce di un uomo: “Non siate così tristi! Posso far tornare in sé questa giovane, se me lo permettete. Sono un dottore del villaggio vicino e sono appena stato a visitare un paziente all’estremità della valle. Per fortuna sono ritornato per questa strada e sono in grado di aiutarvi e di salvare la vita della vostra padrona. Datele questa medicina, mentre io cerco e uccido quel serpente”. Tolse dalla tasca un piccolo astuccio di medicine e versò un po’ di polvere bianca in un pezzo di carta. Matsu, una delle cameriere di Shingé, spinse a forza la medicina insieme con un po’ d’acqua nella bocca della padrona e dopo pochi minuti questa cominciò a riprendersi.

Poco dopo tornò il dottore, trasportando il serpente morto su un bastone.  “È una fortuna che sia arrivato, perché questo serpente è molto velenoso e la vostra padrona sarebbe presto morta, se non fossi arrivato e non le avessi dato la medicina.”.

Udendo la voce del giovane, Shingé San si alzò a sedere e domandò: “Per favore, signore, posso chiederti con chi sono in debito per avermi salvato la vita?”.
Il dottore non rispose, ma si limitò a sorridere e dopo un inchino se ne andò in silenzio.

I genitori di Shingé furono molto riconoscenti per la guarigione della figlia, ma il nome del bel giovane restava un mistero per tutti, tranne che per la cameriera Matsu.
Per quattro giorni Shingé si sentì abbastanza bene, ma il quinto giorno, per un motivo o per l’altro, si mise a letto dicendo di essere ammalata. Non riusciva a dormire e non voleva parlare, ma solo pensare. Né il padre né la madre furono in grado di capire di che malattia si trattasse. Non c’era febbre.
Furono chiamati molti dottori, ma nessuno di loro riuscì a dire di cosa si trattava.

Un giorno Matsu chiese un colloquio con Asano Zembei, il padre di Shingè, che era insieme il capofamiglia, un daimyo e un grande nobile. Egli non aveva l’abitudine di ascoltare le opinioni delle cameriere, ma sapendo che Matsu era fedele alla sua padrona e la amava quanto sé stessa, acconsentì ad ascoltarla.

“Padrone mio” disse Matsu “la mia padrona non sta soffrendo di una malattia che si può curare con le medicine. E nemmeno ci sono dottori così esperti. Ma ce n’è uno che certamente potrebbe curarla. La malattia della mia padrona viene dal cuore. Il dottore che conosco può curarla. È per amore di lui che il suo cuore soffre e ha sofferto dal giorno in cui lui le ha salvato la vita dal morso del serpente».

“Come si chiama questo dottore?” chiese Asano Zembei

“Signore è il dottor Yoshisawa, un bellissimo giovane dai modi molto cortesi” rispose Matsu “Ma è di bassi natali. Ti prego, signore, pensa al cuore in fiamme della mia giovane padrona, pieno di amore per l’uomo che le ha salvato la vita e non meravigliartene, poiché lui è molto bello e ha i modi di un prode samurai. L’unica cura per tua figlia, signore, è permetterle di sposare colui che ama”.

Zembei Asano fece indagini sul giovane dottore e dopo dieci giorni convocò al suo cospetto la figlia Shingè e le disse: “Mia dolce figlia ho svolto indagini accurate sul dottor Yoshisawa, il tuo innamorato. Per quanto profondamente mi addolori dirtelo, è impossibile che io, tuo padre, capo dell’intera nostra famiglia, possa acconsentire al tuo matrimonio con un uomo di estrazione così bassa come Yoshisawa che, malgrado la sua bontà, è nato nella classe degli eta. Non voglio più sentir parlare di questo. Un simile contratto sarebbe impossibile per la famiglia Asano».

La povera fanciulla s’inchinò al padre e ritornò nella sua stanza dove pianse amaramente sino al mattino seguente, quando fra lo stupore di tutti scomparve. La cercarono ovunque e, dopo tre giorni, il suo corpo fu trovato nel Pozzo delle Violette. Il giorno del suo funerale anche il giovane Yoshisawa si gettò nel pozzo.

La leggenda racconta che ancora oggi, nelle notti tempestose, si vede lo spirito di Shingé volare sul pozzo e si ode un giovane piangere nella valle.

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